Il Foglietto – Che troverai in chiesa

“Unità Pastorale di Villadose – Sito di ispirazione Cattolica”
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20 ottobre: 29^ Domenica del Tempo Ordinario

Il capitolo 18 del Vangelo di Luca si apre con la parabola del “giudice iniquo”, che Gesù racconta nell’ambito di un insegnamento sulla preghiera che si completerà domenica prossima, con un’altra parabola che viene subito dopo: quella del fariseo e del pubblicano saliti insieme al tempio per pregare. Prima di entrare in argomento, voglio soffermarmi sulla descrizione del giudice: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno” (Lc 18,2). Esisteva un problema “giustizia” anche ai tempi di Gesù? Sembra di sì! Chi fa il “mestiere” di giudice dovrebbe essere una persona irreprensibile. L’opinione pubblica lo dà per scontato, ma purtroppo dobbiamo dire: “magari!”. Oggi la fiducia dei cittadini nella Giustizia è molto scossa, perché vedono processi fondati più su pregiudizi e teoremi che prove concrete, terreno di auto promozione di qualche magistrato che alla fine finisce sempre per entrare in politica. D’altra parte, dobbiamo dirlo, chi fa il giudice è una persona che appartiene a questa società, il cui degrado morale tocca, purtroppo, anche chi ha scelto l’arduo compito di amministrare la giustizia. Al giorno d’oggi, l’insistenza di una povera vedova, come quella di cui parla il Vangelo, non avrebbe molta speranza di farsi sentire, mentre ne hanno molta di più i potenti apparati delle logge e delle consorterie politiche. Il Cardinale Angelo Scola, intervenendo quando era ancora Patriarca di Venezia ad un Convegno sul tema: “La vita buona: una scelta di civiltà”, auspicava che la “Magistratura” e la “Stampa” tornassero ad essere poteri “neutri”, e non parte “schierata” nella lotta politica. Il mio non vuole essere l’ennesimo attacco alla magistratura, ma l’auspicio, per il bene di tutti,  che anche Avvocati, Pubblici Ministeri e Giudici “temano Dio”, e abbiano più rispetto e attenzione per la povera gente che per i potenti di turno. Detto questo, parliamo della preghiera. Lo facciamo dopo aver parlato nelle domeniche precedenti di miracoli, osservando lo stretto legame che esiste nei Vangeli tra la fede e il miracolo: non ci può essere l’uno senza l’altra: “La tua fede ti ha salvato”! Dobbiamo però inserire anche un altro elemento, e cioè la preghiera. La fede si esprime attraverso la preghiera, ma chi prega oggi? So che c’è gente che prega, e molto, ma so anche che tanti non pregano mai. La preghiera, valutata con superficialità, sembra l’azione più inutile che ci sia, ed è anche un cammino difficile, che va preparato nello spirito. Quando pregare? Adesso non ho tempo, ho mille cose da fare. Perché dovrei mettermi a parlare con Qualcuno che non vedo e non mi risponde, e forse neanche mi ascolta? Meglio darsi da fare! Negli anni ’70 molti giovani andavano in India, affascinati dalla spiritualità orientale e dalla meditazione trascendentale. Peccato che molti siano tornati con la droga in tasca, ma il fenomeno è sintomatico del fatto che noi occidentali, bruciati dentro l’anima, persi i nostri  valori, sentiamo il richiamo di qualcosa di profondo che sembra vivere ancora in altre culture. Ma torniamo al Vangelo: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,6-8). E’ inquietante la domanda di Gesù: troverà ancora la fede al suo ritorno? In effetti stiamo assistendo ad una apostasia delle masse dalla fede cristiana. Parlare di preghiera, in un contesto come questo, diventa chimerico. Eppure bisogna insistere, e chi legge queste righe è sicuramente qualcuno che cerca, a modo suo, una parola di verità. Ripartiamo allora dalla preghiera. All’inizio sarà difficile, ma dopo ne trarremo beneficio. Le cose spirituali sono fatte così: ci vuole la determinazione e il coraggio di accettare il rischio della fede, e poi sarà l’esperienza stessa a formulare il giudizio: “Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero” (Salmo 148,18). Dio non è morto e non è affatto lontano. Siamo noi che ci siamo allontanati da lui!

Don Carlo Marcello

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